Da quaranta anni a questa parte, praticamente in ogni città del mondo, si celebra l´emulazione dei "tre giorni di musica, pace e amore". Piccole o grandi che siano, belle o brutte, di grande impatto o inclini alle scene indipendenti o addirittura locali, esistono tante Woodstock "mignon". Ora, quel festival è stato un fenomeno planetario. E i fini dell´"armata degli emuli", sono ben diversi. Perché qualcosa del genere riaccada, non basterebbe l´attuale situazione economica, sociale, politica e artistica. Non basterebbe Arezzo nel nostro caso. Lungi da noi credere che esistano le condizioni. Una domanda da farsi però c´è: perché non si riesce a fare le cose neanche in versione "mignon"?
Il vero "dato incontestabile" non è che il PLAY Arezzo Art Festival ha fatto divertire la bellezza di 90.000 persone. Il vero "dato incontestabile" non è che il PLAY Arezzo Art Festival sia entrato nel cuore degli aretini. E neanche che il PLAY sia finalmente, per l´appunto, un festival. Perché il vero dato incontestabile, è che il PLAY Arezzo Art Festival non è quello che ci stiamo raccontando da tre anni. Ed è per tanti motivi che, volenti o nolenti, dobbiamo iniziare ad ammetterlo: manca la progettualità (dicesi festival, quella manifestazione che nel suo ambito non punta solo sulla spettacolarizzazione del singolo evento, ma nel suo intero sistema, risultato che di solito si ottiene con un lavoro duraturo, corretto, impegnato, affezionato, quasi sentimentale). Il cuore non pulsa all´entrata del Prato della Fortezza Medicea. C´è poco da fare. Anche se l´artista è fra i nostri preferiti. Manca un "fil rouge": quest´anno sarebbe dovuto essere il "viaggio". Se scrivevamo su dei cartoncini i nomi di tutti gli artisti del pianeta e li infilavamo su di un bussolotto per poi pescarli a caso, son convinto che il tema del "viaggio" sarebbe stato molto più inerente a quello che poi è stato effettivamente il cast della manifestazione. E il "fil rouge" è importante, più di quanto si possa pensare. Strettamente affine alla progettualità , rende l´idea su dove si vuole andare a parare con un certo evento. Su cosa si voglia lasciare agli altri. Sulle varie possibilità di crescita di cui si potrà beneficiare durante i giorni del PLAY. Altrimenti, la sensazione è che non si voglia andare a parare da nessuna parte, che non si voglia lasciare nulla al pubblico e che non si voglia far crescere la città .
La crescita della città , per l´appunto. Altro tema da non dimenticare. Potremmo stare qui a raccontarci del dormiveglia culturale di Arezzo, ma la vera pietra quadra su cui si poggia tutto, anche in questo campo - si sa - è l´economia. Nel caso specifico l´indotto che ne deriva. E questo festival, cosa porta al sistema Arezzo? Tutto già parte ambiguamente: non sono gli aretini a gestirlo. E questo sarebbe poco male (oddio...ora che ci penso...proprio poco male no...dato che se lo fossero ci sarebbe una rete preposta, un ufficio preposto, con dipendenti preposti in loco, che significa posti di lavoro e tante altre cose). Ma oltre allo staff vero e proprio, neanche tante altre parti dell´ingranaggio festivaliero lo sono...a parte i paninari che portano alto il nome della cara e vecchia "Chianina", orgoglio e vera bandiera aretina, insieme ai Negrita, del PLAY Arezzo Art Festival. Ma ribadisco, fin qui poco male: il fatto è che non c´è l´invasione, ne degli aretini, ne tantomeno di un pubblico di fuori Arezzo. O meglio, l´invasione non c´è proprio. E fare cultura a questi livelli, è anche fare impresa. Si devono giustificare le spese.
E poi le idee. Fare una buona direzione artistica di un grande evento significa svolgere alcune precise mansioni: la prima, offrire un qualcosa di nuovo ad un territorio e al suo tempo, plasmandoli su di essi. Inventare. E su questo fronte siamo scarsini. Anzi, diciamo che il Play scopiazza un po´ qua e un po´ là . Ma se la creatività manca, viene meno tutta un´impalcatura importante: il clima. Nell´ambiente si dice: "il popolo del festival". Un popolo che condivide, non un concerto, ma una "situazione". Non si dice mai, "il popolo dei concerti". La differenza è sostanziale. E´ questo clima, quello creato da questo popolo, che fa la differenza. Tanto per capirsi, il "clima" è quella cosa che farebbe evitare ad un Paolo Benvegnù di andarsene dalla scena a suon di offese. Se quest´aria non si respira, allora tanto vale fare un cartellone di appuntamenti, come a Lucca (il Summer Festival), senza stare a scomodare altri palchi, stand, gruppi emergenti, cinema e quant´altro. E´ più onesto e più fruttuoso (si risparmia sugli allestimenti). Ma va bene, posto che la creatività e il clima siano secondari nella direzione artistica (e questo già è grave) allora, il passo successivo sarebbe quello di fiutare il vento e fare un cast di migliori proposte, originale, unico, non dico irripetibile in Italia in questo preciso momento, ma quasi. "Con i soldi", come si dice in questi casi, anche chi non è particolarmente affine alle logiche della musica, il nome riesce a portarlo: da Lou Reed, a Peter Gabriel, da Ben Harper, a Tracy Chapman, fino a Patti Smith o Vinicio Capossela. Basta entrare in internet, nel sito di una qualche agenzia di booking, guardare chi è in tour, annotarsi il numero dell´agenzia e telefonare. L´offerta più alta e allettante, vince. E poi basta stare attenti ai giochi e alle macchinazioni che il settore comporta (i pescecani sono da tutte le parti, anche nella cultura e nello spettacolo). Altra cosa, per esempio, è portare nomi a costo quasi zero, poco prima che esplodano. Basta pensare alla musica, o all´arte e non a quanti biglietti si staccheranno. E´ tutto lì. A Woodstock, per tornare al nostro pretenzioso paradigma, è così che fecero. Per non parlare delle "date esclusive"...offerta dei festival, che ad Arezzo pare non se ne vedano più.
E poi volgere un occhio serio anche alle realtà "aretine" e non lasciargli le briciole alla voce del capitolo di bilancio "varie ed eventuali". Qua non è il fatto di mettere alla prova nessuno. Non è il fatto di sputare sul piatto dove mangiamo. Ma di certo, è il momento di dire che siamo bravi. E parecchio. Su molti fronti, tra l´altro. Per questo motivo, voglio essere ancora più chiaro: sono fra gli organizzatori di Circù e assicuro che l´aspirazione della mia associazione non è quella di entrare a far parte dello staff del PLAY. Assolutamente. Ma girano le scatole vedere come si sia ricalcata la formula scelta da noi per il festival Circù. Formula a quanto pare vincente e quindi...da riproporre pochi giorni dopo, con tanto di banda, trampolieri, mangiatori di fuoco, artisti circensi nei soliti luoghi del centro storico. Ma la mia domanda non è su quale danno può avere Circù da questa situazione. Continua invece ad essere: quale beneficio può avere Arezzo da tutto questo?
Non sarebbe meglio farne uno, ma esemplare? Mettendo da parte Circù, festival che mi tocca più da vicino, ne esistono tante di realtà "al top" nel nostro territorio. L’Associazione Nausika e il suo Arezzo Festival, lo staff del Karemaski Multi Art Lab, i ragazzi del Copyleft e i ragazzi del "Concerto per un amico" Mi vengono in mente gli organizzatori del Milk, con le loro serate di musica elettronica. O l´etichetta "Materiali Sonori". Mi viene in mente il "Link Festival". Mi vengono in mente tantissimi nomi, noti e meno noti ai più, tanti operatori, tanti artisti, tanti appassionati. Tutti aretini e che per Arezzo lavorano ogni giorno per inventarsi qualcosa di nuovo. Insieme. Senza l´ansia di guardarsi indietro, ma con l´unica, grande, voglia di fare cultura. Una rete di singoli, realtà , associazioni, che per l´appunto sarebbero perfetti per inventarsi veramente un "Art Festival". E´ questa la nostra città , per quale dovremmo farlo sennò?
Ma veniamo al pratico: tanto perché non si dica che "si parla e non si fanno proposte". Incontriamoci. Sediamoci ad un tavolo. Proprio noi, proprio le associazioni che ho appena citato. Noi, che siamo sempre più uniti. Che ci troviamo sempre di più ad essere interlocutori, a farci forza fra di noi, visto che singolarmente, evidentemente, non ci viene data la giusta importanza. Noi che siamo i promotori dello spettacolo ad Arezzo. Che con pochi spiccioli (a fronte dei 650mila euro del PLAY), riusciamo a quintuplicare il valore di un appuntamento che coinvolge, che resta, che lascia qualcosa. Anche se dura per un week end, per neanche una settimana. Che, diciamola tutta, siamo stanchi di essere lasciati ai margini, senza una ragionevole motivazione, con spiegazioni assenti della più banale logica “costi-beneficiâ€. Quando invece siamo tutti dei professionisti del nostro settore e lo dimostriamo ogni anno. Mettiamo anima corpo professionalità e soprattutto onestà in ogni nostro lavoro. C’è ancora tanto da fare, questo è certo, ma servono anche le possibilità per crescere. Siamo tanti, piccoli e grandi, punti di riferimento per Arezzo. Punti di riferimento che danno risposte pratiche alla città , artistiche, di contenuto. Sintetizziamo complessità di idee, di valori, di proposte. Diamo un senso a quello che facciamo: ognuno mantenendo la propria individualità , la propria peculiarità e la propria storia. Noi, siamo le persone che non si sa per quale strano motivo hanno voglia di fare cultura e spettacolo ad Arezzo. Magari andandoci a perdere. Anzi, diciamolo una volta tanto: sicuramente andandoci a perdere.
Siamo quelli che lavorano per incassare la migliore ed unica moneta: la gente che si complimenta per una serata veramente diversa. Veramente originale. Veramente magica. Tutti, dai giornalisti (nazionali e non), agli operatori del settore culturale (nazionale e non), fino al pubblico difficile degli aretini, ci dicono, uno ad uno, che i nostri prodotti finali sono "belli". Sembra paradossale che non si voglia investire con la giusta misura in questo, che lo si lasci scivolare via. Pensate quanto potrebbero essere "splendenti" tutti insieme. Se riusciamo a fare sistema, tutto verrà da sé! La stoffa c’è, manca la giusta considerazione, magari non per una Woodstock, ma per qualcosa in più della versione “mignon†, siamo ormai più che in grado! E’ adesso che serve l’investimento, è adesso che serve un lavoro costruttivo, è adesso che serve crederci.
Scommettete o non scommettete?
Che quanto scritto non sia preso come spunto per arrabbiarsi, non è una provocazione fine a se stessa, tanto meno che faccia pensare ad una ingratitudine, ma – come già detto – che sia uno spunto di riflessione su cui riflettere in modo sereno e proficuo. Se il confronto e la riflessione non dovessero realizzarsi, non dipenderà da noi, che comunque continueremo a fare ciò in cui crediamo, se ci verrà permesso.
Marco Picinotti
Letta, approvata, condivisa e sostenuta DA TUTTI NOI:
CIRCU’ “FESTIVAL A CAPPELLO†COPYLEFT KAREMASKY MULTI ART LAB ACCADEMIA DELL’ARTE VILLA GODIOLA SCUOLA DI NARRAZIONI ARTURO BANDINI AREZZO FESTIVAL CONCERTO PER UN AMICO