Gli osservatori aretini raccontano: non si tratta di parteggiare, ma di tutela dei diritti umani. Paolucci e Tulli tornati dalla Palestina: muro, perquisizioni e un popolo umiliato.
Appena tornati dal viaggio di pace in Palestina, i consiglieri comunali Paolucci e Tulli (Sinistra e Libertà) raccontano al Corriere la loro esperienza. * * * Sarà tra pochi giorni l’anniversario della caduta del muro di Berlino e gran parte d’Europa si appresta a festeggiare quell’evento, ma nessun 9 novembre sembra mai essere giunto in Palestina, dove il muro è invece una realtà tutt’ora in costruzione. Un muro alto otto metri e lungo chilometri che, se nelle intenzioni ufficiali dello Stato di Israele, rappresenta una barriera di contenimento al terrorismo, nella realtà è uno strumento di vera e propria apartheid, che circonda villaggi e terre palestinesi costringendo quel popolo a vivere in una serie di encalve aride e prive di acqua, senza possibilità di collegarsi l’una con l’altra se non passando attraverso gli impietosi controlli israeliani. Ma al muro si devono anche aggiungere i 600 check point nella sola Cisgiordania, che costringono i palestinesi ad ore e ore di coda per poter andare al lavoro, perquisizioni continue ed umilianti, contadini costretti ad attendere giorni sotto il sole l’apertura dei cancelli per andare a lavorare i loro campi in base al capriccio dei militari israeliani… e campi profughi sovraffollati dove esiste una sola entrata ed una sola uscita per più di 18 mila persone… e case abbattute per improbabili parchi archeologici… e continui nuovi insediamenti: autentici fortini circondati da muri e filo spinato elettrificato collegati tra loro e con Israele attraverso strade ad uso esclusivo dei coloni che costringono i palestinesi a lunghissimi aggiramenti… i bombardamenti e l’embargo a Gaza. E tutto questo sul territorio Palestinese, cioè su quello che, in base ai trattati di Oslo, dovrebbe diventare il futuro Stato Palestinese… con un elenco infinito di risoluzioni ONU violate dallo Stato di Israele, come ad esempio la risoluzione 194 dell’11 dicembre 1948, con la quale l’ONU riconosce il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, risoluzione sistematicamente violata da Israele da 61 anni, oppure la risoluzione 242 del 22 novembe 1967, con la quale l’ONU chiede a Israele di ritirarsi dai territori occupati: risoluzione sistematicamente violata da Israele da 42 anni, oppure quella del 2004, con cui dichiara che il muro costruito all’interno dei territori occupati è contrario al diritto internazionale e chiede a Israele di demolirlo… per citarne solo alcune delle 70 e più violate da Israele dal 1948 ad oggi. Con tutta evidenza c’è un oppresso ed un oppressore, un occupante ed un occupato. La Missione con la quale siamo andati, "Time for responsabilities" cioè ’il tempo delle responsabilità’, che contava oltre 400 persone tra amministratori locali, giornalisti, associazionismo di base, realtà locali, delle scuole e molti singoli, ha avuto lo scopo di far guardare, capire ed ascoltare questa realtà. Una missione fatta di incontri con altri enti locali, palestinesi ed israeliani, con realtà associative di entrambe le parti e soprattutto con la gente. Allora, la cosa più importante che ci è stata chiesta, è stata quella di testimoniare quello che abbiamo visto e ci è stato chiesto dai palestinesi, ma anche dalla società civile israeliana, che è in enorme difficoltà e che chiede anch’essa un aiuto concreto. Quello che si impara, andando là, è che non si tratta di parteggiare per qualcuno, ma che è necessario adesso trovare il modo di tutelare i più elementari diritti umani ed è facilissimo capire chi è che li vede violati ogni giorno di più
Marco Paolucci - Marco Tulli